Specialized: storia di un brand

Specialized é da sempre una delle aziende leader nel mondo della mountain bike assieme a Cannondale e Trek.

Specialized Morgan HillLa sede di Specialized a Morgan Hill in California – Fonte Biker Radar

La sua storia é legata in maniera indossolubile a Mike Sinyard, fondatore dell’azienda ed ancora oggi al timone della stessa.

D’ora in poi chiameremo Mike Sinyard con l’appellativo di Mr. Specialized sia per semplicita’ di lettura ma anche a simbolo di quanto sia legato quest’uomo al brand che ha creato.

Una sorta di Steve Jobs della bicicletta che ad oggi può vestirsi come gli pare.

Spesso infatti lo si trova in giro con jeans sbiaditi e T-shirt.

All’età di 63 anni, alto, brizzolato, perfettamente in forma, Sinyard in più contesti mostra l’aspetto di un distinto, disciplinato, lievemente preoccupato professore universitario.

Talvolta il suo portamento sembra quasi militaresco, un tratto distintivo forse riprodotto dal suo defunto padre, una guardia marina di carriera.

Come ogni altro dettaglio attinente all’imprenditore e alla sua azienda, inoltre, l’abbigliamento di Sinyard riflette un principio inequivocabile, rigidamente asserito: ogni momento speso a preoccuparsi inutilmente del suo aspetto significa un momento in meno trascorso a pensare a diffondere la religione delle biciclette e alla costruzione del marchio dell’azienda.

Il che, per Sinyard, è quasi la stessa cosa.

“Benvenuto alla Specialized”, dice, stringendomi la mano.

La voce e i modi di Mr. Specialized sono gentili, rassicuranti, quasi familiari, in sottile contrasto con la sua reputazione di executive ferocemente competitivo, incline a citare in giudizio i suoi rivali, a mettere sotto torchio i suoi fornitori e a colpire i suoi collaboratori.

Si esprime cautamente e il suo discorso è scandito da meditate pause.

Il modesto ufficio di Mr. Specialized occupa un angolo del dipartimento di design nella sede centrale della compagnia a Morgan Hill in California, sulla punta meridionale della Silicon Valley.

Nessun tramezzo racchiude il suo spazio, per incoraggiare gli impiegati a trattare con il loro capo e per permettere all’Amministratore Delegato di essere al corrente di ogni evento recente della sua compagnia.

Un assortimento di prototipi di bici Specialized riempie un angolo dell’ufficio: Sinyard collauda personalmente ogni nuovo modello prodotto dalla sua compagnia.

Il suo maggiore giro su strada -una Roubaix personalizzata da 12000$- si trova inclinata accanto alla sua scrivania.

Sinyard mi porge un piccolo depliant, delle stesse dimensioni, forma e colori di un passaporto degli Stati Uniti d’America.

Al posto dell’aquila, però, nella copertina vi è stampato in rilievo il logo di Specialized, l’elegante rossa “S” incisa su milioni di biciclette nel mondo.

“Vorrai dare un’occhiata a questo,” Dice Sinyard con il suo tono ad un tempo terapeutico ed agghiacciante.

“Potrebbe essere un buon percorso per la tua storia”

Dopo aver programmato di incontrarci quel pomeriggio, Sinyard si è allontanato, echeggiando nella sede aziendale in una sorta di passeggiata da Amministratore Delegato.

Una specie di vagabondaggio fluttuante che evidenzia il suo stile manageriale.

“Specialized è realmente una collezione di varie divisioni di prodotto semi-indipendenti” dice Eric Edgecumbe,- vicepresidente di prodotto e operazioni.

“E Mike si sta allenando con ciascuna di loro. Ha uno spiccato senso del modo in cui un prodotto Specialized dovrebbe apparire ed essere. Come per la bicicletta, così l’azienda e gli uomini sono inseparabilmente connessi”.

L’opuscolo -conosciuto nella compagnia come il libro del marchio-rappresentava l’unione tra l’uomo, la bicicletta e la compagnia nonostante, paradossalmente, era stato elaborato durante un periodo di crisi per la Specialized, e in un periodo di apostasia per Sinyard, l’unico momento della sua vita nel quale aveva smesso di pensare alle biciclette.

Specialized: come e’ nata la Stumpjumper

A metà degli anni ‘90 la compagnia stava attraversando una corsa, lunga una decade, di successo basato sulla sua mountain bike Stumpjumper, paragonabile al modello FORD T dell’industria, la prima mountain bike conveniente e prodotta in serie.

Con la sua introduzione nei primi anni ’80, la Stumpjumper ha contribuito a trasformare il ciclismo da passatempo lussuoso dei sofisticati della strada in stile di vita disinvolto alla portata dei più.

Il modello, adesso disponibile nella sua trentatreesima edizione, ha maturato un tale peso storico e culturale che una Stumpjumper è oggi esposta all’Istituto Smithsonian di Washington DC, un simbolo e un’icona della sua era, come lo Spirito di Saint Louis o la capsula spaziale Mercury.

Specialized Stumpjumper 1982

Specialized Stumpjumper 1982 – Fonte MOMBAT.ORG

Facendo volare via a razzo le vendite della mountain bike, e incerto che potesse continuare personalmente a gestire tutti gli aspetti dei suoi fiorenti affari, Sinyard assunse un gruppo di consulenti, che gli suggerivano di smettere di concentrarsi sulla prestazione e l’innovazione, e di concentrarsi piuttosto sull’incremento delle vendite delle bici.

Ammaliato dal canto delle sirene dei consulenti, e dal suo sogno di diffondere il ciclismo alle masse, Sinyard acconsentì al progetto.

Abbandonò i suoi prodotti dalle prestazioni eccellenti, la sua base di clientela di ciclisti appassionati, e i negozi autonomi di biciclette, che avevano dato forma alla sua consueta rete di rivenditori, Specialized lanciò la linea di bici economiche Full Force, che veniva venduta in outlet come Costco.

L’iniziativa risultò un disastro.

La qualità era al ribasso mentre, secondo i discorsi di Sinyard, la compagnia perdeva il controllo sulla gestione degli inventari. Allontanando i ciclisti più esigenti senza aver conquistato le masse come ambiva, Specialized perse la sua attrattiva e il suo Amministratore Delegato parve aver smarrito l’orientamento. Il nostro incontro ravvicinato col tracollo,” dice Sinyard.

Con il fallimento della linea Force Line e il calo del 30% nelle vendite dei negozi autonomi di biciclette, la compagnia sfiorò la bancarotta. Mentre i consulenti si mettevano al riparo, Sinyard si assunse la responsabilità e si dedicò nuovamente al progetto originale.

“Qualcosa successe a Mike in quel periodo,” dice Kevin Wong, il vicepresidente e general manager di Look Cycle USA, che lavorava come direttore commerciale negli ultimi anni ’90.

Specialized: la svolta di fine anni ’90

“La possibilità di perdere ciò che aveva creato si concretizzò nei suoi pensieri. Riassunse il rigido controllo dell’obiettivo della Specialized: essere costantemente impegnato nell’esaltare il confezionamento, con biciclette e accessori innovativi, dall’elevato prezzo di vendita e con eccezionali prestazioni. Non avrebbe più permesso a nessuno di avere il controllo sulla sua compagnia”.

Sinyard volò in direzione Portland per consultarsi con Peter Moore, l’ex direttore creativo della Nike.

Moore consigliò a Sinyard un ritorno ai fondamentali della Specialized: offrire ai ciclisti più appassionati prodotti di qualità premium, distribuiti da negozi di biciclette autonomi.

Definisci i tuoi princìpi essenziali, gli suggerì Moore, e pubblicali in opuscoli da distribuire a tutti gli impiegati.

Così nacque il libretto marcato Specialized, la bibbia della compagnia.

Inciso tra i suoi comandamenti, simili a quelli di Mosé, appariva “reinventa o muori” e “dobbiamo superare le aspettative dei ciclisti” —Specialized si rimise in carreggiata velocemente.

La compagnia reinvestì in ricerca e sviluppo; assunse nell’azienda tanti designer qualificati, ingegneri e manager.

Sponsorizzò le migliori squadre di corse; e contemporaneamente creò e rifornì un mercato in forte espansione di lussuose ed esclusive biciclette ed accessori.

Negli ultimi anni, le vendite annuali della compagnia hanno superato i 500 milioni di dollari e, insieme con Trek, il loro maggiore rivale, Specialized primeggia sempre più nel mercato del ciclismo americano di lusso.

Certo, il depliant del marchio si configura esso stesso come un prodotto Specialized: sottile, funzionale e raffinato.

La sua essenza, e il principio trainante della vita del suo autore, si riassume in una frase d’apertura che, come molte di quelle sugli uomini, sembra ad un canto ingenua e stratificata.

“Quando mi sono laureato all’università nel 1974, non ero sicuro su cosa avrei voluto fare dopo,” scrive Mike Sinyard, “ma sapevo che avrebbe portato a trascorrere più tempo sulla mia bicicletta”.

Specialized: la storia inizia “forse” nel ’74

Nel 1974, con l’impetuosa ondata di controcultura generata dagli anni ’60, un alto capellone californiano di 24 anni parte per un viaggio di formazione urban-hippie, vendendo il suo microbus Volkswagen per 1500$ e portandosi il ricavato, qualche indumento, e la sua bici da corsa in un indefinito viaggio in Europa.

Vive per settimane ad Amsterdam, poi pedala verso Sud fino a Barcellona e infine si dirige in Italia, senza alcun chiaro obiettivo se non quello di scandire l’unificante ritmo della strada.

Non lo motiva un piacere edonistico e non è conscio di essere alla ricerca della sua fortuna. Per tutti i suoi piaceri sensoriali, il viaggio prende la forma di un pellegrinaggio.

Colpi di fortuna, o forse destino, quando arriva a Milano. In ostello della gioventù conosce una donna che gli procura un contatto con l’artigiano Cino Cinelli, celebre per la qualità dei suoi prodotti.

Ossequia il maestro, e in un’esplosione di ardito coraggio si propone come potenziale distributore della Cinelli in California.

Cinelli accetta.

Il pellegrino investe il suo parsimonioso gruzzolo della vendita del microbus in pedivelle e caschi.

Torna a casa nella sua angusta roulotte a San José e, adesso privo di automobile, pedala da un negozio di biciclette all’altro nella Bay Area, vendendo componenti come fossero gioielli, fuori da un camper variopinto e coperto di biciclette.

Nonostante il futuro cammino restasse incerto, si era definito un orizzonte: quello di una comunità internazionale di devoti al ciclismo che accedevano alla bellezza del loro sport attraverso l’utilizzo di questi pezzi sofisticati.

Il giovane americano spedisce questi componenti alla sua crescente massoneria, alimentando la passione dei seguaci per il ciclismo allo stesso modo in cui la sua devozione è stata animata dal suo pellegrinaggio Europeo.

Le cosmiche avventure del capellone si tramutano in un inaspettato e duraturo successo.

La vendita di componenti generò la produzione di gomme; le gomme portarono ai telai delle bici; i telai delle biciclette procrearono la Stumpjumper, che adesso risiede allo Smithsonian.

Attraverso un inconsueto mix di acume per gli affari, abilità nel marketing e una quasi maniacale passione per il ciclismo e l’occasionale uso di un forte impatto, il giovane idealista, fanatico di ciclismo si trasforma in uno dei leader dell’industria più influenti.

E, contemporaneamente, sia l’originale Holdsworth touring bike che la roulotte Bugger che Mike Sinyard ha utilizzato durante la costruzione del mito della Specialized, sono conservate nel museo all’entrata dei uffici di Morgan Hill, accanto ad un facsimile rosso e bianco del furgoncino Volkswagen.

Specialized Volkswagen Stumpjumper SinyardSinyard con il mitico furgoncino Volkswagen e la prima Stumpjumper – Fonte Bike Radar

La Specialized ha sempre venduto un concetto di ciclismo romanzato.

Infatti, per Sinyard, la parola è stata creata prima della carne.

Oggigiorno, la Trek, la Cannondale e altri tra i maggiori marchi utilizzano industrie in Asia per fabbricare la maggior parte dei loro prodotti.

Sinyard ha contribuito ad aprire la strada a questa tendenza, impiegando i costruttori di telai giapponesi a saldare quelli delle prime Stumpjumpers, ma a differenza delle sopracitate compagnie, la Specialized non ha mai prodotto direttamente i suoi beni.

“La Specialized era una grande compagnia di marketing prima che offrisse eccellenti prodotti,” riporta Ron Kiefel, un ex ciclista professionista, oggi presidente della Wheat Ridge Cyclery di Denver. “Col tempo, i prodotti Specialized si sono evoluti per eguagliare il loro marketing.”

Avendo colto bene sia l’idea quanto l’oggetto—la sua abilità nell’accendere per la prima volta l’immaginazione dei ciclisti, per poi soddisfare i loro appetiti materiali- Sinyard appare come un gigante del marketing al pari di Phil Knight, il cofondatore della Nike.

Dando un’occhiata al museo della Specialized, esaminando la vecchia roulotte di bici di Sinyard e la prima versione della Stumpjumper, penseresti che vi sia un’azienda della Nike vicino Portland, Oregon dove Knight avrebbe conservato la vecchia crepiera nella quale Bill Bowerman, il celebre allenatore di pista, disegnò la scarpa da ginnastica con la suola a forma di waffel, firma della compagnia.

L’effetto, di certo, era calcolato, e in qualche modo, la storia della Specialized è essa stessa un altro dei suoi prodotti.

La compagnia ha ingegnosamente modellato il mito della sua creazione- il magico tour dei misteri di Sinyard nel 1974, una favola così potente da far invecchiare i figli del boom demografico americano degli anni ’40 e gli aspiranti giovani imprenditori-in uno standard, con tutta la potenza, e tutti i limiti, di una verità generalmente accettata.

La biografia disapprovata dall’azienda, comunque, tralasciava la vita che c’era stata prima- una vita disordinata e annaspante che aveva forse dato forma alle contraddizioni di Sinyard e, contemporaneamente aveva creato gli splendenti e luminosi sogni che adesso la Specialized vende abilmente al mondo.

La carriera di Mike Sinyard è talmente legata alla San Francisco Bay Area che potresti presumere sia originario della regione, ma in realtà è nato e cresciuto a San Diego.

Suo padre, Henry Sinyard, crebbe in una fattoria in Georgia, prima di intraprendere una carriera ventennale come arruolato nella Marina Militare degli Stati Uniti.

Una volta ritiratosi dalla vita militare, il vecchio Sinyard si trasferì con sua moglie Dorothy, e i suoi due figli (la sorella di Sinyard, di sette anni più grande di lui, morì nel 2009) in una proprietà all’interno dei confini urbani di San Diego.

Lavorò come macchinista e crebbe i suoi figli con i precetti del suo rigido passato.

“Mio padre era un genitore affettuoso e un uomo degno di nota, che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa” ricorda Sinyard.

Era anche un caposquadra che non concedeva sconti.

Abbiamo allevato i polli— avevamo 1,000 pulcini nella nostra proprietà—e avevamo anche i cavalli.

Mio padre mi faceva alzare alle 6,00 del mattino per lavorare a casa, Sabati e Domeniche inclusi, mentre i miei compagni sarebbero stati in spiaggia a fare surf.

Papà era un uomo duro con un milione di tatuaggi, che odiava—realmente odiava—spendere soldi.

Durante tutta la mia infanzia abbiamo mangiato al ristorante solo due volte.

Insieme alla disciplina di ferro, il padre di Sinyard mostrava un lato giocoso, amava correre e riparare qualsiasi cosa avesse due ruote, in particolar modo le motociclette.

Quando ero piccolo, sognavo di diventare un motociclista” dice Sinyard. Nonostante la famiglia non avesse molti soldi, e ne spendeva ancora meno, i genitori mantennero la casa e la proprietà immacolate.

Mike accompagnava suo padre a fare ogni cosa, imparando in ogni momento.

“Abbiamo sviluppato questo interessante stile di lavoro di squadra”, dice Sinyard. “Io concepivo un progetto e mio padre l’avrebbe costruito. Poteva aggiustare e costruire ogni cosa. Mi ha insegnato ad essere abile con gli attrezzi, ma non sono mai stato un artigiano di talento come lui”

In maniera più significativa, le stesse dinamiche presero piede quando Sinyard iniziò a produrre e vendere biciclette e attrezzature sportive.

“Non ero bravo nella progettualità” dice “ma la comprendevo, mi appassionavo ad essa, e potevo comunicare le mie idee e i miei interessi.

Ma una carriera con le biciclette si prospettava remota nel futuro. Crescendo negli anni ’60 voleva principalmente andare a fare surf. Si scontrò con la rigida religiosità dei suoi, e fu un ribelle a scuola.

Nonostante la sua congenita curiosità, il suo guizzo e la sua energia, non fu uno studente brillante.

“Per qualche ragione, stare in classe è sempre stata una tortura per me,” dice.

“Avevo enormi difficoltà di concentrazione, e nel sedermi composto.”

Il periodo da ribelle di Sinyard raggiunse l’apice durante i suoi 16 anni, quando lasciò il liceo.

I suoi genitori lo buttarono fuori di casa ed egli si trasferì nella Città Vecchia di San Diego, vicino alla spiaggia e all’aeroporto.

Lì, ironicamente le capacità che aveva appreso da suo padre lo fecero il capo della sua abitazione da capellone. “Sapevo come lavorare e guadagnare soldi, sapevo come dipingere e riparare oggetti, e sapevo vivere avendo quasi nulla” spiega Sinyard.

Alla fine si rappacificò con i suoi genitori, si iscrisse in un liceo di riparazione, e ottenne il suo diploma.

Lavorò all’aeroporto di San Diego e seguì le lezioni al college della contea. “Matematica e Inglese di base, ma anche loro furono una tortura,” – Disse Sinyard. “Era frustrante e umiliante.” Lo Stato di San José riconobbe Sinyard come uno studente trasferito, quindi si diresse a nord, rassegnato dall’ottenere una laurea di primo livello in amministrazione aziendale.

Arrivò a San José nel 1972, al culmine dell’era turbolenta e fanatica della Guerra del Vietnam.

La Bay Area brulicava di gruppi e di comunità, sette e clan, tra loro vi era la nascente famiglia di mountain bike Mt.Tamalpais, e l’irriducibile banda di centauri della strada, che guardava all’Europa come un’ispirazione.

Vi erano dei gruppi politici radicali a Berkeley, guerrieri di consapevolezza fomentati dall’LSD a Palo Alto, e il germe dell’era dei computer aleggiava tra i laboratori di ingegneria a Standford. Non era di tendenza essere dei solitari, ma era questa l’attitudine di Mike Sinyard.

“Non facevo parte di nessun gruppo o ambiente” dice. “Più avanti entrai in confidenza con ragazzi come Gary Fisher e Tom Ritchey, ma non sono mai stato un membro di quella prima fratellanza di ciclisti di mountain bike.”

“C’è una certa tendenza alla solitudine in Mike” dice l’ex executive della Specialized Robert Choi. Durante la mia carriera nella compagnia l’ho sentito più vicino di chiunque altro. Eppure, contemporaneamente, non l’ho mai conosciuto veramente. Non sono sicuro che qualcuno l’abbia mai veramente conosciuto.”

Sinyard viveva in una roulotte da 8 per 30 piedi nella parte meridionale di San José e pedalava per assistere alle lezioni all’università.

Si manteneva in parte grazie ad un’abilità appresa da suo padre: cercare nuove biciclette nei mercatini delle pulci e alle vendite di garage, aggiustarle e venderle.

Questa qualità univa l’utile al dilettevole.

“La sensazione di una bicicletta tra le mie mani era una sorta di energia luminosa, una promessa,” dice Sinyard. “Occasionalmente, mi capitava un’elegante Old British o una touring bike francese. C’era una magica chimica con questi mezzi. Come fanno gli Europei a fare ogni cosa di qualità? Mi domandavo. Molto presto iniziai ad amare quei meccanismi così finemente lavorati.”

Egli amava il ciclismo.

Adorava l’aria, la corsa, e la velocità.

Gradualmente, la bicicletta divenne il suo obiettivo: l’attrezzatura, il giro, il modo in cui la sua mente lavorava mentre era in sella.

Gli piaceva stare fuori, consumare le energie, lo intrigava il fatto che anche il più quotidiano giro di bici conteneva il potenziale per trasformarsi in un’avventura. Sinyard iniziò a pedalare sulle montagne fino alla spiaggia di Santa Cruz insieme al suo vicino di roulotte Randy Berthold.

Mentre pedalavano concepirono l’idea di una corsa sulla Costa del Pacifico, una mille miglia lungo l’oceano da Vancouver a San Diego.

“In questo viaggio pedalare non faceva parte della nostra giornata, la definiva,” ricorda Berthold, che adesso lavora come un ricercatore di scienze della terra alla NASA.

“Non avevamo molti soldi, e ogni notte non sapevamo mai dove avremmo dormito, ma in qualche modo ci è sempre andata bene. Vivevamo da PB&J ed eravamo capaci di chiedere di una birra alla fine di ogni corsa giornaliera. Come dei giovani ragazzi, sognavamo ad occhi aperti di trovare un modo per guadagnarci da vivere col ciclismo. Per me era solo un sogno, ma un seme si è instillato in Mike durante quel viaggio. Già prima di tornare a San José era cambiato. Non considerava impossibile nessuna corsa ormai.”

Sinyard concorda che il giro sia stato fondamentale. “Ho amato la bellezza e l’empatia della strada,” rimembra. “Ho apprezzato l’indipendenza, il viaggiare leggero, lo spremersi fino all’osso, fino all’essenziale.

Ma più di tutto ho amato il modo in cui la mia bici e il mio corpo si univano—era dura spiegare dove finisse il mio corpo e iniziasse la bici. È stata la sensazione più bella del mondo, e ne volevo di più.

Mi sono laureato nel ’74, e fu in quel momento che mi venne in mente l’idea del viaggio in Europa. L’Europa sarebbe stata la mia rivincita. Adesso era tempo di vivere.

Sinyard si lanciò in questa nuova vita, della quale gli obiettivi erano stati concepiti durante quei primi anni: una fede messianica nelle biciclette; l’etica del lavoro, la parsimonia, e l’abilità manuale ereditata da suo padre; un particolare occhio per il design delle biciclette eleganti e l’orecchio verso la poeticità di questo sport; e infine.

Il dono di tramutare l’eleganza e la poesia nella prosa del mondo degli affari.

Sinyard portava con sé anche crudi ricordi di rifiuti, fallimenti, ribellioni e solitudine.

Questi diversificati elementi si amalgamavano con la magia della Specialized.

Le forze in conflitto possono spiegare inoltre perché, oggi, Mike Sinyard suscita ostilità così come affetto, e li respinge con distacco.

Essenzialmente, ogni cosa che Mike fa si ricollega alle bici, e ogni cosa che pensa è giusta per il ciclismo,” dice Alan Goldsmith, un ex imprenditore autonomo di biciclette per l’area di Los Angeles, e consulente Specialized.

“Mike è come un Puritano. Questo è un ragazzo che non beve e non fuma, e che lascia la metà del pasto sul piatto. Possiede dei tratti che devono essersi formati durante la sua adolescenza e che oggi ne fanno un uomo con il quale è difficile avere a che fare.”

Specialized: il rito obbligatorio della pedalata di mezzogiorno

Tornando al quartier generale della Specialized, siedo solitario ad un tavolo da picnic in un’area per pranzare all’aperto.

Ogni giorno lavorativo, la maggior parte dei circa 350 impiegati nell’azienda intraprendono una quasi-obbligatoria pedalata di mezzogiorno.

“Come molte compagnie tendiamo ad assumere le caratteristiche del nostro capo,” dice Robert Egger, il lead product designer e veterano dell’azienda da 25 anni. “Mike è famoso per la sua corsa durante l’orario di pranzo. Non dice mai che si aspetta tu faccia la stessa cosa, ma, con molta rapidità, arrivi a questa conclusione da solo.”

Considerato uno dei migliori designer di biciclette, Egger è incaricato di diffondere su ogni prodotto Specialized la stessa aura approvata da Sinyard. “Le nostre bici e le attrezzature devono fare venir voglia ai ciclisti di correre” asserisce Sinyard nel depliant dell’azienda. “Ciò che facciamo deve apparire immediatamente rimanendo comunque nitido, e deve essere efficace oggi, domani e per i prossimi 20 anni.”

Eggers chiarisce che quest’etica ha acquisito valore con il maturare di Sinyard e con la prosperità dell’azienda.

“In tutti è aumentata la concentrazione sulla bici” dice “Mike subisce il fascino delle bici, è dipendente da esse, e si aspetta che tutti quelli che lavorano alla Specialized si sentano allo stesso modo. Diventa sempre più ossessionato da questo. E’ convinto che il ciclismo possa cambiare il mondo. Vuole spingere le persone a uscire dalla macchina e montare in sella, e una volta saliti sulle bici vuole che il ciclista si senta come Superman. Mike ne è sempre più ossessionato”.

Quasi 40 anni dopo il suo pellegrinaggio solitario in Europa, l’ingenuo sogno di Sinyard di vendere eleganti componenti ad una cerchia di ciclisti appassionati si è trasformato in una compagnia multinazionale, con tutti i relativi grattacapi, conflitti e contraddizioni.

Come Steve Jobs, il defunto leader della Apple che Sinyard ammirava profondamente, Sinyard fa funzionare un’azienda che vende divertimento e classe con un’intensità che, a detta di alcuni, si converte in spietatezza.

“Qualche volta penso che Mike non sia davvero un essere umano,” dice un executive della Specialized, che, temendo di essere accusato, parla in modo anonimo. “Quando uscivamo per bere qualcosa dopo il lavoro, descrivevamo Mike come un mix tra Steve Jobs, Howard Hughes, e il diavolo. – Un altro appellativo che gli riservavamo era Crazy Ivan, come il demente capitano del sottomarino Soviet del film “The Hunt of Red October.”

Al contrario, come molti altri attuali impiegati che lavorano nel gruppo marketing della Specialized, Sam Benedict, dice che egli è entusiasta dell’intensa cultura della Specialized. “Siamo tutti come dei piccoli Mike qui” dice. “Non abbiamo bisogno degli stravaganti benefit che puoi trovare nelle altre compagnie della Silicon Valley—non abbiamo bisogno di sushi bar e di massaggiatori. Abbiamo solo bisogno di avere in giro delle bici. L’atmosfera qui è molto concentrata ed estremamente competitiva. Non è per tutti. Alcune brave persone erano venute qui per lavorare e sono dovuti andar via.”

Nonostante la sua formidabile reputazione, Sinyard è famoso per la sua mancanza di ostentazione. Non mostra neppure l’arroganza di un classico Amministratore Delegato, o la disinvoltura di un magnate dell’economia digitale.

Sinyard si mostra più come benevolo che intimidatorio. Quando Benedict si presentò all’aeroporto per accompagnare il suo capo ad un viaggio di lavoro in Australia, ad esempio, Sinyard diede al suo giovane uomo calze di compressione da indossare durante il lungo volo. Alla stessa maniera rifuggiva le cose materiali.

“Negli ultimi 30 anni Mike ha fatto molti soldi,” osserva Bryant Bainbridge, un senior designer Specialized, che inoltre fa da storico della compagnia. “ Vive nella stessa casa che ha avuto per 30 anni, e quella casa è rimasta essenzialmente la stessa da quando vi si è trasferito.” (Sinyard e Linda, sua moglie, sono sposati da 32 anni e hanno tre figli, Anthony, Julina e Alyssa, nessuno dei quali è coinvolto nella compagnia.)

“Mike Synyard ovvero Mr. Specialized, potrebbe facilmente avere uno yacht, ma non ne vuole uno,” dice Benedict. “Gli piace andare in bicicletta. Durante i weekends, per le ferie, lui pedala.”

Sinyard, da parte sua, è molto più competitivo con sé stesso che con qualsiasi altra cosa. “Ricordo di essere andato ad un viaggio d’affari con Mike,” dice Eggar , “dopo sette giorni di lavoro ininterrotto, gli ho fatto una proposta di stare 20 minuti senza parlare di biciclette. Mike non ha potuto farlo. E’ la sua ossessione e la sua religione. Mike vede nel ciclismo la via per la salvezza.
Egger si interrompe. “Anch’io credo in questa via” dice “ma come designer, sono impegnato ad equilibrare. Mike non è per l’equilibrio, lui mira a qualcos’altro.

L’intensità con la quale Sinyard si dedica al suo cammino lo ha allontanato dalla comunità ciclistica, la quale ritiene che egli detenga il prestigio della compagnia con arroganza. I sostenitori di Sinyard, dall’altro canto, lo considerano come un uomo dai sani principi, che si sente moralmente obbligato a mettere il potere della sua azienda al servizio di un ideale. La maggior controversia si concentra sull’intensa e complicata relazione tra Sinyard e i rivenditori autonomi nazionali di biciclette.

Sinyard fa notare orgogliosamente che alcuni dei negozi che distribuiscono i prodotti Specialized oggigiorno, sono gli stessi ai quali aveva venduto i componenti Cinelli negli anni ’70. Sinyard ricorda l’esperienza del quasi fallimento della compagnia, quando, temporaneamente, la Specialized aveva rinunciato ai rivenditori autonomi di bici per un mercato più grande.

Oltretutto, i rivenditori autonomi distribuivano più del 70% su scala nazionale dei prodotti Specialized. Quindi Sinyard ha un diretto interesse nel sostenere la loro sempre più fragile condizione e redditività. “Ho osservato Mike dare un’infinito supporto ai suoi rivenditori, persino a quelli con dei pessimi business plans” dice Goldsmith. “Ma il rovescio della medaglia è che Mike si aspetta lo stesso tipo di lealtà in cambio”.

Nel 2011 la Specialized incoraggiò i suoi rivenditori a schiacciare le scarpe Giro, una sottomarca della Easton Bell Sports, la quale, come la Specialized, vendeva i prodotti servendosi dei negozi del settore. Specialized, al contrario, aveva respinto gli affari redditizi con le vendite di massa negli ipermercati. Perché Giro avrebbe dovuto usufruire di una collaborazione aperta, si domandava Sinyard, quando invece la Specialized rimaneva fedele ai suoi partner?

Così come è appassionato di biciclette, alla stesso modo sembra condurre i suoi affari con dei rigidi calcoli: ciò che va bene per la Specialized contribuisce al bene maggiore del ciclismo. Nel caso dell’affare Giro, comunque, molte industrie si rifiutarono di sposare la sua causa- tacciando Sinyard di usare la tattica del prepotente. Un rivenditore in Colorado, per esempio, si rifiutò di abbandonare Giro. Al contrario, dopo aver sostenuto i prodotti Specialized a partire dagli anni ’80, il negozio abbandonò il marchio. “Come puoi definirti una ditta indipendente,” asseriva lo store manager, “quando hai qualcuno che ti dice che non puoi vendere questa cosa o quell’altra?”

La spietata Specialized

Non era la prima volta che la Specialized chiedeva ai suoi rivenditori di interrompere la vendita di particolari marchi. Allo stesso modo, la compagnia aveva preso di mira Giant, Norco, Cannondale e altri. Ciò ha anche condotto i rivali in tribunale e fatto emanare lettere d’ordinanza, compreso un caso nel 2011 nel quale la compagnia aveva mosso un’azione legale contro la Epic Wheel Works, un negozio di produzione di pneumatici, gestito da una donna in Oregon, che, secondo quanto sostenevano i legali della Specialized aveva danneggiato la compagnia con il marchio registrato Epic mountain bike (Specialized Epic).

Mentre l’opinione pubblica supportava spesso lo sfavorito, in queste cause alla “Davide e Golia”, la corte raramente si pronunciava contro la Specialized. Nel Processo “Giro” Sinyard trovò delle aziende alleate, che credevano egli si fosse mosso correttamente. “Non ha fatto nulla di diverso da ciò che un Amministratore Delegato di una grande compagnia—una Nike o Apple—non avrebbero fatto,” riferisce Look’s Wong. “Stava dicendo ai suoi rivenditori ‘ho ritirato $20milioni di potenziali affari dalla REI per venire da te, e tu adesso vendi i prodotti di una compagnia che non ti riserva lo stesso trattamento?’” Se Sinyard pretendeva lealtà dai suoi rivenditori, comunque, alcuni sostenevano che ne voleva ancor di più da parte dei suoi impiegati.

Nel 2010 ha ordinato una causa contro Robert Choi e Barley Forsman, sostenendo che i due uomini avessero usato il periodo di lavoro alla Specialized per rubare il design del carro posteriore della bici da strada Roubaix per un modello offerto dalla loro start up, la Volagi.

Dopo un processo aspramente litigioso, la giuria ha respinto tutte le richieste tranne una, e ha assegnato alla Specialized un dollaro simbolico per danni.

“Quella fu una delle poche volte in cui Mike ha perso qualcosa” dice Choi.

“Ma con difficoltà ci siamo sentiti vincitori. Fu la peggior esperienza della mia vita. Durante il periodo alla Specialized io e Mike c’eravamo avvicinati moltissimo. Lui era una figura di spicco nell’industria delle biciclette e lo consideravo un mentore. Lui confidava in me—i nostri figli stavano attraversando qualcosa di simile a scuola. Quando arrivò la querela rimasi sbalordito. Gli avevo scritto una lettera, offrendogli di fare qualsiasi cosa pur di chiarire l’equivoco, ma Mike non voleva cambiare idea. Era determinato a fermarci. Il suo obiettivo non era di risolvere la questione; era di buttarci fuori dagli affari.”

Se Sinyard sentisse questo trasporto di sentimentalismo verso il suo ex impiegato? Non proprio. “Se qualcuno ci ruba qualcosa non possiamo permetterglielo” dice. “Più semplice di così.”

Oggi, dopo più di un anno dalla sua straziante battaglia legale con la Specialized, Forsman- rimane scosso. “Nella mentalità di Mike o sei un fedele alleato o un acerrimo nemico.” Adesso sceglie le sue parole con attenzione. “Credo che una sottile analogia con la mafia sia appropriata.”

Il giorno dopo, sabato, Mike Sinyard raggiunge il suo vecchio amico Randy Berthold al Lexington Reservoir, fuori da Los Gatos, per la settimanale corsa Big Easy.

Indossa pantaloncini neri e una maglietta bianca, Sinyard è disinvolto e cordiale e appare tutto, fuorché un malavitoso. Oggi corrono anche Chad Frost e Bruce Storms, dei colleghi di Berthold alla NASA, e Laura Goforth, una direttrice del marketing alla Specialized, e suo marito, Tyler.

E’ una mattinata soleggiata dei primi di maggio, con i raggi solari che filtrano le prime nuvole, il profumo dei papaveri è nell’aria, e l’intenso traffico rimbomba dalla Highway 17.

Appena prima delle 9 i ciclisti si radunano nell’area parcheggio. Berthold percorre la strada da 67 miglia attraverso le montagne di Santa Cruz, la quale, con 8,500 piedi di scalata, sarebbe stata altro che semplice.

La corsa avrebbe attraversato il Big Basin Redwoods State Park, avrebbe oltrepassato Castle Rock, e incluso una pausa caffè nella vecchia città montana di Ben Lomond.

“Sole rovente, profonda ombra sotto i grandi alberi e due scalate assassine,” conclude Berthold, 63 anni, che lavora come ufficiale per la sicurezza delle immersioni per i progetti della NASA che studiano gli effetti dei cambiamenti climatici sull’oceano.

“Credo ti piacerà.” Berthold è uno dei molti uomini eruditi e dalle tante risorse che paradossalmente sono stati accanto a Sinyard, l’ex studente ritiratosi dal liceo. Bainbridge, il designer Specialized, ha un Dottorato di Ricerca in Ornitologia. Tim Neenan, che ha disegnato la Stumpjumper, ha studiato Filosofia alla UC-Santa Cruz, e dopo aver lasciato la Specialized è diventato uno chef professionale di cucina gourmet.

Sinyard distribuisce burro d’arachidi e bottiglie d’acqua, consiglia l’uso della crema solare,e, diversamente dal solito, con fare circospetto osserva i mezzi degli altri ciclisti. Partono di mattina, Sinyard e Berthold, procedono l’uno a fianco all’altro nelle retrovie del gruppo. Sembra a suo agio ed efficiente in sella. “Sono un ciclista calibrato,” dice. “Non sono mai stato un ciclista dotato, ma posso resistere tutto il giorno.”

Per essere un sessantaduenne, Amministratore Delegato di una società multinazionale, Sinyard pedala prodigiosamente; di certo, per gli standard di qualsiasi inesperto di ciclismo agonistico corre molto, trascorrendo dalle 15 alle 20 ore settimanali sul manubrio. Oltre alla sua corsa di mezzogiorno e a queste circa 60 miglia di avventure da fine settimana, egli compete in gare come la Colorado’s Leadville 100, alla quale ha preso parte nel 2010 con suo figlio, Anthony.

Sinyard impiega spesso i suoi weekend per testare nuove bici e meccanismi. “Mike è il nostro tester numero uno” dice Eric Edgecumbe, uno degli impiegati Specialized di più alto livello. “Nessuno ama i nuovi prodotti più di Mike, e nessuno pone migliori domande.”

Non avendo alcun particolare collaudo oggi, Sinyard è libero di guardarsi intorno e di godersela. “C’è gente che è curiosa perché vuole fare un lavoro migliore, e poi c’è gente che è curiosa soltanto perché veramente vuole conoscere” dice Edgecumbe. “Mike vuole conoscere. Possiede una prodigiosa abilità di osservare e creare collegamenti. Durante una lunga gara, i suoi occhi sono particolarmente spalancati”
Nella sua passione per il ciclismo, l’esempio di Sinyard è oltre la riprovazione.

Laura Goforth ricorda una competizione 100 miglia (century) con Sinyard dell’anno prima. “Faceva un caldo infernale ed eravamo in forte pendenza, alla fine della gara io ero completamente esausta,” dice. “Mi sono trascinata per raggiungere l’hotel e ho dormito fino domenica a mezzogiorno. Ma Mike no. Lui si è svegliato presto ed è uscito a fare un po’ di mountain biking”

I ciclisti pedalano attraverso l’altopiano soleggiato e il boschetto della sequoia simile a una cattedrale, Sinyard appare più forte fintanto che la mattina trascorre, piangendo durante le discese, e andandoci giù pesante nei tratti pianeggianti, gestendo con parsimonia la sua energia per gli stancanti 2000 piedi e il 19 percento di pendenza del Monte Alba.

I ciclisti fanno la loro consueta fermata per il caffè a Ben Lomond, 23 miglia nella corsa, vicino alla base di Alba grade.

Una vecchia cittadina disboscata, dove un secolo fa le segherie si lamentavano con il raccolto della sequoia, successivamente Ben Lomond divenne un avamposto hippie e della beat generation.

Quando Berthold e Sinyard erano studenti universitari che vivevano nell’area per roulotte di San José, avrebbero voluto girare la città nelle loro corse di fine settimana per Santa Cruz.

Nei cupi Sabati pomeriggio, l’uomo ricorda, i vari alternativi sarebbero scesi dalle montagne per bere birra, nelle taverne a Ben Lomond.

Magari, in un sabato dei primi anni ’70, qualcuno di quella gente della collina avrebbe guardato fuori dal bar per vedere un ciclista, giovane e barbuto, passare indistintamente, qualcosa di raro da vedere in quei giorni.

Il ciclista sarebbe stato Mike Sinyard, un altrimenti impacciato, solitario, giovane uomo, in sintonia con la sua bici e col mondo, che sognava di un futuro nel quale avrebbe aiutato gli altri a raggiungere questa magica, quasi sacra, unità.

Ciò che il giovane ciclista non poteva prevedere, era che la purezza di questo momento avrebbe degradato l’ostinazione nel portare avanti una potente società; questa realizzazione della sua visione avrebbe spesso comportato una lotta contro l’idea degli altri; e quel giovanile, innocente sogno, si sarebbe talvolta convertito in qualcosa di complicato e criticabile.

Sinyard stava semplicemente pedalando, morendo dalla voglia prima, esattamente come adesso, di affrontare la scalata davanti.

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Michele Zanchin

Michele Zanchin

Classe 1976, sono un grande appassionato di Mountain Bike da oltre 15 anni. Sono papà, marito e manager e quindi il mio approccio MTB è di tipo scientifico perché mi trovo sempre nella difficoltà di coniugare la passione per la bici con gli impegni lavorativi e la famiglia.